PORTI FLUVIALI DI ROMA GUIDA TURISTICA ROMA INFORMAZIONI STORICHE ARTISTICHE TURISTICHE FOTO ANNA ZELLI www.annazelli.com
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Porti
Fluviali di
Roma (scomparsi) Gli antichi porti di Roma sul Tevere : il fiume Tevere a Roma fu navigabile fin dal IV secolo a.C. e fu interessato da una serie di trasporti fluviali affidati alle navi mercantili e alle barche di varie dimensioni, una indagine archeologica del fiume e delle testimonianze della sua navigabilità non è così semplice, un archeologo che ha indagato le strutture portuali di Testaccio è stato Claudio Mocchegiani Carpano il quale dal 1974 svolse delle indagini con strumenti particolari attraverso le quali ha rilevato che dal periferico quartiere della Magliana fino al centro urbano di Roma vi era in epoca romana una sorta di lunghissimo porto fluviale attrezzato con banchine , magazzini e moli di ormeggio, di particolare interesse è stata la scoperta dei resti delle fondazioni dell'antico ponte Sublicio fatti saltare in aria dai piemontesi dopo l'Unità d'Italia per l'edificazione dei muraglioni. Scavi dell'archeologo padre Bruzza misero in luce una serie di banchine per l'attracco munite di rampe, pietre forate per gli ormeggi, e accessi ai palazzi retrostanti di smistamento delle merci. Il Lanciani segnalò la scoperta di due magazzini che conservavano zanne di avorio e un deposito di cereali. Tra il greto del Tevere e le strade del lungotevere si conservano certamente numerose testimoniane archeologiche della fervente attività fluviale di Roma. Oltre alla presenza di strutture portuali, si registrano anche resti di mura in laterizio costruite dall'imperatore Aureliano. Numerose sono le testimonianze archeologiche della navigabilità del Tevere utilizzato come via di navigazione, sia ne tratto urbano che verso il mare e verso l'alto Lazio. Tra il tardo impero e l'alto medioevo, iniziò la decadenza della città di Roma, e di conseguenza anche i porti di Ostia e di Portus persero la loro antica importanza, ma nonostante questo Roma continuò a conservare una zona di attracco per le navi. In epoca antica romana sulla sponda sinistra del Tevere nella zona compresa tra il foro Boario e Testaccio vi era un porto, chiamato porto dell'Emporium, con banchine e moli sia per lo scarico delle merci e dei marmi, ma anche questo porto cadde in disuso, depredato e rovinato dalle alluvioni del Tevere. Ma qualcosa comunque resistette di questo porto tra Testaccio e l'Aventino, se sotto Papa Sisto V ci fu la costruzione di un veliero dedicato a San Bonaventura che era la capitana della flotta pontificia contro i turchi. Anche se il varo della nave del 2 aprile 1588 si concluse con un naufragio, la nave si piegò su un fianco e vi furono feriti e 5 morti, dopo di che questa sponda venne definitivamente abbandonata per l'inadeguatezza delle strutture e per il fondale basso. Fu proprio l'abbandono del porto dell'Emporio e della Marmorata a favorire la sponda trasteverina sul lato opposto che andava dalla antica porta Portuensis fino all'antico ponte Sublicio e la nascita del porto di Ripa Grande. A quel tempo si accrebbe l'interesse dei pellegrini per la tomba di San Pietro, e per chi arrivava a Roma per via mare l'approdo migliore era a Trastevere perchè poi da qui a piedi per via della Lungara e della Lungaretta arrivavano a piazza San Pietro. Questa era nota infatti come la riva dei pellegrini, e si trovava più a valle rispetto al successivo e seicentesco porto di Ripa Grande, che venne edificato proprio davanti a quello che oggi è noto come il complesso del San Michele e nei pressi della porta Portuensis. Come già detto, quindi, già dalla fine del V secolo, purtroppo, venuto meno l'ufficio dei curatores dell'alveo del Tevere le sponde ed il greto del fiume si riempirono di rifiuti di ogni genere che crearono difficoltà alla navigabilità, che peggiorò ulteriormente con l'insediamento a partire dal VI secolo dei molini galleggianti che si resero necessari per dare cibo al popolo romano. Questi molini galleggianti erano particolarmente numerosi all'isola Tiberina, e con il tempo impedirono la navigabilità del Tevere che si ridusse a piccole e sporadiche imbarcazioni e pertanto via via scomparvero anche i numerosi approdi maggiori e minori che erano lungo il fiume. Gli unici porti che rimasero attivi furono il porto di Ripetta che serviva per il commercio con le regioni dell'Umbria e della Toscana e il porto di Ripa Grande che serviva per i collegamenti verso il mare in direzione dei porti di Fiumicino e di Ostia. Il porto di Ripetta era adatto per le barche di scarso tonnellaggio chiamate barcacce, ed a ricordo c'è la fontana del Bernini chiamata la barcaccia a piazza di Spagna, queste piccole imbarcazioni erano deputate al trasporto di legname, del vino e del travertino. Mentre al porto di Ripa Grande davanti al colle Aventino e a valle del colle Gianicolo, potevano attraccare velieri anche di notevole stazza, che trasportavano i materiali più disparati oltre ai pellegrini che arrivavano a Roma via mare, questa riva del fiume Tevere era anche nota anche con il nome di "ripa romana". In epoca romana i proprietari di barche erano chiamati navicularis esercitavano il commercio sia per conto proprio che per conto dello Stato, mentre i lenunculi erano le comuni imbarcazioni, non di grandi dimensioni, veloci, con la prora a punta e munite di un gran numero di remi, trasportavano persone e carichi non pesanti. Le scaphae erano invece delle piccole imbarcazioni a fondo piatto che servivano per i traghetti e per il trasporto da sponda a sponda del fiume. Le imbarcazioni che solcavano il Tevere erano anche le lintres, che avevano lo scafo allungato stretto e poco profondo, con la prua sollevata e le sponde basse, le lintres erano dei battelli che potevano trasportare fino a 12 persone più il timoniere chiamato gubernator ed erano particolarmente adatte alla navigazione in acque poco profonde e con le rapide. Per il trasporto delle merci erano impiegate delle imbarcazioni a due alberi chiamate naves caudicariae, le quali erano senza vela ed erano trainate lungo la riva destra del Tevere da pariglie di buoi o di uomini con un sistema di rimorchio detto alaggio, i battelli venivano così fatti scorrere contro corrente con corde tirate dagli animali o dagli uomini che procedevano su strade appositamente aperte per questo "tiro". Questo tipo di navigazione controcorrente riguardava le imbarcazioni che da Fiumicino dovevano arrivare a Ripa Grande, era un tipo particolare di manovra che si chiamava il "tiro delle barche" ed era affidata a privati appaltatori della Camera Apostolica, la barca veniva trascinata con lunghe funi tirate da uomini detti pilorciatori e da bufale che camminavano lungo la riva del Tevere su un tragitto creato appositamente sulla sponda per questa operazione. Poiché di notte la navigazione si fermava, dovevano esistere delle basi, una sorta di stazioni fluviali, per la sosta delle imbarcazioni fornite di ormeggi ed istallazioni e dotate di un corpo di polizia e di vigili del fuoco che controllavano le navi, le vigilavano dal pericolo di incendi e le proteggevano dalle incursioni dei ladri fluviali. Questo tipo di navigazione ed i porti sul Tevere, rimasero attivi fino all'epoca medioevale e moderna e tutto finì dopo l'Unità d'Italia, con l'edificazione dei muraglioni e dei lungotevere. Porto di Ripa Grande, a Roma, è scomparso perché fu demolito dopo l'Unità d'Italia, il porto era in zona Aventino davanti all'attuale complesso del San Michele e davanti al nuovo ponte Sublicio del porto oggi è rimasta la via che si chiama non via ma "Porto di Ripa Grande", questa strada va dal Ponte Sublicio al Lungotevere Ripa, e fa parte del Rione Trastevere, il toponimo fa riferimento a quello che era il più grande porto di Roma, detto appunto Grande, si ricorda la sua presenza fin da XIV secolo negli Statuti di Roma. Ripa Grande era l'approdo sia per le navi mercantili che per le navi militari, Papa Sisto IV salutò proprio da qui, da Ripa Grande, le galee pontificie che andavano a combattere contro i turchi al comando del prode cardinale Oliviero Carafa, dopo il 1870 vi approdarono anche i torpedinieri italiani. Con la costruzione dei muraglioni, il porto scomparve, prima di questi si potevano ancore vedere i velieri ancorati a Ripa Grande, per lo più velieri siciliani, dove i romani andavano a bere il marsala. A guardia del porto c'erano due torri, anche queste scomparse, una per la costruzione dell'Ospizio di San Michele, e l'altra per la costruzione del lungotevere, il porto è ricordato da due scalinate sotto la banchina del San Michele. La grande spianata antistante il San Michele era il punto vitale del porto e qui si trovava anche il Faro fatto edificare da Papa Pio VII e fatto decorare da Papa Gregorio XVI, che in precedenza si trovava presso "la dogana del passo", aveva un pronao adornato da quattro colonne doriche, purtroppo demolito nel 1901, per la costruzione dei muraglioni e del Lungotevere. Il porto fliviale a sud di Trastevere, chiamato Ripa Grande, era già presente in epoca romana, formato da piccole banchine un piccolo porto nella zona di Testaccio. Mel Medio Evo, però la zona si spopolò, Testaccio era troppo lontano dal centro della città, tra la fine dell'Impero e l'alto Medio Evo, ci fu anche la decadenza dei porti di Ostia e di Porto, assunse così maggiore importanza il porto nella zona di Trastevere, sul lato ed all'interno delle mura Aureliane, vicino alla Porta Portese, che si trovava più a valle rispetto all'attuale; sui due lati del Tevere, sorgevano le due Torri di guardia, alle quali si attaccavano le catene per sbarrare il fiume in caso di scorrerie saracene. Intorno all'anno 1000 il porto era chiamato Ripa Romana, e qui vi approdavano i pellegrini che percorrendo la Lungaretta e la Lungara arrivavano a San Pietro, ultima meta di un viaggio spesso pericoloso. La vita del porto è raccontata in versi anche dal poeta e cronista aquilano Buccio di Ranallo durante l'anno santo del 1350. Anche gli Statuti di Roma del 1363 ci raccontano del porto di Ripa Romana, mentre al 1416 risalgono i pimi statuti particolari di Ripa Grande e la presenza del Camerlengo di Ripa Grande, di solito un nobile romano, che presiedeva al funzionamento del porto. Quando la sede era vacante ricopriva la giurisdizione del porto il Duca Mattei che ricopriva la carica di "guardiano de ponti et ripe". Con lo spostamento di porta Portese, nel '600, anche lo scalo si ritirò più a monte, e le preesistenti strutture vennero usate come magazzini ed arsenale. Il Tevere poteva essere risalito solo da velieri di medio tonnellaggio, mentre le navi più grandi potevano scaricare le merci al porto di Fiumicino, che poi venivano portate a Ripa Grande per mezzo di bastimenti più piccoli, tirati verso la riva destra del Tevere mediante funi robuste, tirate o da uomini robusti detti "pilorciatori", da qui deriva la parola "spilorcio", tirato, taccagno, oppure da bufali, per i quali c'era un apposito recinto subito dopo la porta Portese detto "la bufalara". Questo servizio di tiro delle barche era affidato dalla Camera Apostolica a degli appaltatori privati, vi è a tal proposito un editto del Cardinal Rezzonico del 1776, dove si deplorava l'abuso di un affittuario del tiro delle bufale, che anzichè tenere il bestiame nell'apposito recinto, lo faceva pascolare nel prato alberato fuori la porta Portese, con danno a cose e persone. Nel 1842 i bufali vennero sostituiti dai rimorchiatori a vapore, introdotti da Annibale Cialdi, comandante della Marina Pontificia. Nel 1908, il caccia "Granatiere" ricevette nel porto Ripa Grande alla presenza del Re, la Bandiera di Combattimento. Dell'antico porto oggi rimangono solo delle moderne rampe di accesso al fiume alle quali si accede scendendo dalla riva destra del Ponte Sublicio, all'altezza del San Michele. Porto di Ripetta, era situato sulla riva sinistra del Tevere, nel rione Campo Marzio, Roma, scomparso, venne demolito dopo l'unità d'Italia, per l'edificazione dei muraglioni, dei lungotevere e dei ponti, infatti era sull'odierno lungotevere un Augusta e lungotevere Marzio, nei pressi dell'odierna piazza di Ripetta e dell'attuale ponte Cavour. Infatti lo scomparso porto era proprio nel punto dove oggi sorge ponte Cavour, il porto fu fatto edificare nel 1704 da Papa Clemente XI, utilizzando il travertino preso dal Colosseo, il porto serviva per le merci che arrivavano nella città di Roma dall'entroterra umbro e sabino. Il porto di Ripetta era così chiamato in contrapposizione al porto Ripa Grande, che era più a valle. Era dominato da due chiese la chiesa di San Martino in Posterula e la chiesa di Santa Marina, poi divenute le attuali chiesa di San Rocco e chiesa di San Girolamo degli Schiavoni che si trovano nei pressi dell'Ara Pacis. Il dislivello tra la riva del fiume ed il piano stradale era di circa 7 metri e mezzo, e veniva superato con delle scalinate. L'antico porto, è ricordato dalla piazza di Ripetta, la piazza si raggiunge da via di Ripetta e dal lungotevere Campo Marzio. Questo porto fluviale era chiamato di Ripetta per distinguerlo da quello di Ripa Grande, il porto esisteva già dall'anno 300, ma fu papa Clemente XI, Albani, che nel 1705 gli diede una sistemazione razionale, dandone incarico all'architetto Alessandro Specchi, il quale realizzò una splendida gradinata che dalla riva Schiavonia degradava verso il fiume Tevere. Per la costruzione della scalinata venne usato il travertino di una delle arcate del Colosseo, che era caduto durante il terremoto del 1703. Al porto di Ripetta approdavano le barche provenienti da nord, portando a Roma, vino, olio e legna. Al piano stradale, il porto era decorato da una fontana che fungeva anche da faro, era sormontata da una stella, simbolo araldico degli Albani, la fontana era circondata da balaustre alle cui estremità vi erano due colonne nelle quali erano segnate le maggiori alluvioni del Tevere, oggi questa fontana con la lapide commemorativa si trova nella piazza di Ripetta, a ricordo dello scomparso porto, da qui si ammira anche il palazzo Borghese. L'approdo del porto di Ripetta serviva per lo scarico delle merci provenienti dal nord Italia, in particolare dall'Umbria e dalla Toscana, mentre l'altro porto di Ripa Grande era preposto allo scarico di merci provenienti dal mare e dal sud Italia. Dove oggi si vede la chiesa di San Rocco e che un tempo si chiamava chiesa di S. Martino de posterula, probabilmente vi era una cinta muraria ed una piccola porta di accesso al centro della città di Roma, Il porto di Ripetta era un punto importante di collegamento tra il Vaticano, la Basilica San Pietro con la porta del Popolo a piazza del Popolo. Qui arrivavano barche di scarso tonnellaggio, adibite anche al trasporto della legna, legname da bruciare e legname da costruzione. Sempre qui venivano scaricati il vino e il travertino che proveniva da Tivoli e dal fiume Aniene. Poichè qui i traffici erano molto intensi, Papa Paolo V, il 12 novembre del 1614 dispose che il traffico della legna da ardere fosse trasferito più a monte, qui fece erigere la nuova Ripetta o Legnara, un manufatto opera di Giovanni Vasanzio e Carlo Maderno, mentre il commercio della legna da costruzione continuava al porto di Ripetta. Nel 1734, vi fu un enorme incendio, e questo evento, indusse papa Clemente II a trasferire anche il deposito della legna da costruzione fuori le mura. In epoca papale, la sovraintendenza che regolava il traffico fluviale era retta dalla Presidenza delle Ripe, della Reale Camera Apostolica, l'istituzione durò dal Cinquecento all'Ottocento, fino a quando dopo l'unità d'Italia ci fu la caduta del potere temporale dei Papi, ed allora anche il porto venne smantellato, una gravissima perdita per Roma. In epoca Romana, gli addetti che sovraintendevano ai traffici fluviali erano i Pretori o Prefetti provinciali, Augusto, poi, diede incarico di vigilare sul fiume Tevere, ai "Curatores Alvei Tiberis", mentre nel VI secolo la navigazione era sottoposta al controllo dei Comities Riparum et alvei Tiberis, i quali esercitavano la loro attività secondo i regolamenti degli "Statuti di Ripa e Ripetta", sanciti nel 1416 e riformati da Papa Pio II nel 1463, e riformati di nuovo per "motu proprio" da Papa Leone X nel 1513. La Reale Camera Apostolica aumenta progressivamente il controllo sulla magistratura comunale, e nel 1545 Papa Paolo III istituisce la "Presidenza delle Ripe". Nel 1828 Papa Leone XII unisce la Presidenza delle Ripe a quella delle Strade, istituendo la nuova "Presidenza delle Acque e delle Strade". Successivamente nel 1847 Papa Pio IX istituisce la Prefettura Generale delle Acque e delle Strade. i cui compiti nel 1850 vengono affidati al Ministero dei Lavori Pubblici e del Commercio. Nel 1870, con L'Unità d'Italia tutti gli incarichi ed uffici papali passeranno dallo Stato Pontificio allo Stato Italiano. La Presidenza delle Ripe esercitava il controllo su tutti i traffici che avvenivano sul Tevere si occupava dei combustibili, legna e carbone, e dei generi alimentari tra i quali, vino, olio, grano, e dei materiali da costruzione. Tutto quello che veniva scaricato o trasportato doveva essere dichiarato, ed i barcaioli per poter transitare sul fiume dovevano ottenere delle licenze. Quotidianamente era annotata tutta la legna esistente nelle legnaie di Ripetta e S. Lucia. Per tutte le questioni legali vi era un tribunale a Ripa Grande presieduto dal Camerlengo di Ripa, che si occupava delle questioni sia civili che penali, e l'altro con stesse mansioni era al porto di Ripetta. L'architettura del porto di Ripetta, nel XVIII secolo aveva un effetto scenografico una forma sinusoidale, modello che poi sarà ripreso per la scalinata di piazza della Trinità dei Monti. Bernini si ispirò appunto al porto di Ripetta per la scalinata dell'allora abate Elpidio Benedetti. Alla realizzazione del porto di Ripetta parteciparono sia Carlo Fontana che Alessandro Specchi, l'opera venne commissionata dall'allora Papa Clemente XI Albani, al soglio dal 1700 al 1721, lavori conclusi in meno di un anno, da luglio 1703 a maggio 1704. La celerità sarà premiata dal Pontefice con 100 scudi. I materiali usati, come già detto sopra, furono i travertini del Colosseo ed i resti dell'Acquedotto Vergine, che erano stati ritrovati nello scavare le fondazioni di palazzo Serlupi in via del Seminario. La fontana si trovava in posizione centrale davanti alla chiesa di San Girolamo, ed è opera dello scultore Filippo Bai, furono realizzate anche 2 colonne igrometro, entrambe a piazza di Ripetta. Qui al porto di Ripetta vi era anche un edificio per la Dogana. di struttura molto semplice a due ordini, con balaustra di coronamento, tra il 1704 e il 1706 ne venne edificata una nuova su progetto dell'architetto Specchi che acquista e fa demolire 3 casette di proprietà, della principessa Laura Altieri e del Capitolo di S. Maria in Trastevere, il palazzo era davanti all'attuale chiesa di San Rocco nella ultimata via di Ripetta, doveva servire come ricovero delle mercanzie come dimora per i ministri e i custodi della nuova dogana. La nuova dogana e il nuovo porto corrispondevano alla metà della facciata della chiesa di San Girolamo dei Croati, parte dell'area era stata concessa dal principe Borghese. Il Porto di Ripetta si apriva in forma ovale di fronte alla chiesa di San Girolamo, vi era una piazza fiancheggiata da due ali con gradinate, e al centro vi era la fontana, scolpita con soggetti marinari, scogli e conchiglie, due delfini, e completata da decorazioni in ferro battuto con gli elementi araldici del pontefice Albani. Prima dell'attuale ponte Cavour, nel 1814 venne costruito un ponte provvisorio di barche davanti al porto per il ritorno a Roma di Papa Pio VII, al soglio dal 1800 al 1823, mentre tra il 1877 e il 1878 venne costruito un ponte in ferro detto di Ripetta per il collegamento di questa area con il nuovo rione Prati, questo ponte venne demolito e sostituito nel 1902 dall'attuale ponte Cavour. Porto Leonino, oggi scomparso, era nei pressi dell'attuale ponte Principe Amedeo, zona Vaticano, fu edificato nel 1827 da Papa Leone XII, da cui prese il nome, era destinato essenzialmente allo scarico delle merci destinate al Vaticano, si trovava sulla riva destra del Tevere, all'inizio di via della Lungara, a Trastevere, di fronte a palazzo Salviati, sostituì il porto dei Travertini, adibito allo scarico dei travertini usati per la costruzione della basilica di San Pietro. Per accedere al porto Leonino c'erano due banchine che scendevano verso riva fino ad un piazzale dove c'era un sarcofago che fungeva da vasca ed un mascherone marmoreo a forma di testa di leone, che oggi si trova a piazza Pietro d'Illiria, all'Aventino, accanto all'ingresso del Giardino degli Aranci, in questa fontana zampillava l'acqua Lancisiana, che proveniva da una fonte del Gianicolo. Purtroppo come per il porto di Ripetta e il porto Ripa Grande, la costruzione dei muraglioni decretò la fine anche di questo porto. Si vedono alcune tracce, a destra del ponte Principe Amedeo. Il porto Leonino era non troppo lontano dal vicolo di Sant'Onofrio ed era formato da una piattaforma a livello della strada collegata alla banchina da due gradinate ellittiche Il porto Leonino era stato fatto edificare da Papa Leone XII Della Genga nel 1827 adibito alle attività mercantili, il porto non era particolarmente importante perchè la maggior parte delle attività commerciali di Roma si svolgevano al porto di Ripa Grande. Porto Tiberino all'Isola Tiberina, fu il primo e più importante complesso portuale e commerciale di Roma, si trovava all'altezza dell'attuale palazzo dell'Anagrafe e la chiesa di santa Maria in Cosmedin, ne occupava tutta l'area, in un'ansa del Tevere oggi scomparsa, era praticamente di fronte alla punta meridionale dell'Isola Tiberina, nei pressi dei Templi del Foro Olitorio e del Tempio di Portunus, che era la divinità a tutela del porto, il bacino probabilmente era delimitato a valle dal ponte Emilio e a monte dal ponte Fabricio, occupando quindi uno spazio di circa 8000 mq. Alle spalle del porto verso l’interno si estendeva la zona paludosa del Velabrum, che si insinuava nella valle compresa tra il Palatino e il Campidoglio fino a raggiungere la valle del Foro Romano. I re della dinastia etrusca ebbero il merito di bonificare queste paludi attraverso la costruzione della cloaca maxima, che sfociava nel Tevere dopo aver descritto una curva subito a nord del tempio di Ercole Olivario. Durante gli scavi eseguiti dal Lanciani si rinvennero ampi resti di argini di opera quadrata di tufo di Grottascura datati al 179 a. C. e collegati con le strutture terminali della Cloaca Maxima. Probabilmente l'opera si deve a Servio Tullio, da reperti rinvenuti recanti la data del VI secolo a.C. Il censore Marco Fulvio Nobiliore nel 179 a.C. fece dei lavori di sistemazione del porto Tiberino, ma con la realizzazione del porto fluviale dell'Emporium sotto l'Aventino, nella attuale zona di Testaccio,anche questo porto venne progressivamente abbandonato, e cadde definitivamente in disuso dopo le inondazioni del 98 d.C. e del 105 d.C. fino a scomparire definitivamente. Il porto Tiberino aveva una banchina lunga quasi 500 metri e larga 90 metri, vi era un molo pavimentato ed attrezzato. vi attraccavano le navi provenienti dal mare, ed un edificio a ridosso del molo consentiva l'immagazzinamento e la vendita dei prodotti. Tutta l’area pianeggiante compresa tra il fiume Tevere, il Campidoglio, il Palatino e l’Aventino, rivestì nell’antichità un’importanza decisiva per le origini e lo sviluppo di Roma, ma anche prima della nascita storica dell’urbe, tra la fine del II millennio e i secoli iniziali del I millennio a.C. Il porto commerciale di Roma, quindi, il Portus Tiberinus, era situato nella zona compresa tra i tre templi sotto la chiesa di San Nicola in Carcere ed il Tempio di Portunus. La tradizione mitologica relativa a questa area lungo il fiume Tevere, molto antica, fa riferimento alla presenza di popolazioni greche ed orientali, ben prima della fondazione di Roma da parte di Romolo. Il culto di Ercole presso l’ara maxima nel foro Boario fu uno dei primissimi culti stranieri introdotti a Roma, e lo stesso Romolo, ne comprese l’importanza, e decise di includere il santuario di Ercole (che ora è sotto la chiesa di santa Maria in Cosmedin) nel solco primigenio della città. La frequentazione di questa zona di Roma da parte di mercanti greci è testimoniata a livello archeologico dal rinvenimento, nell’area archeologica di Sant’Omobono, di abbondante materiale ceramico di fattura geometrica, risalente alla prima metà dell’VIII secolo a.C. Il santuario di Ercole sotto Santa Maria in Cosmedin inizialmente non era altro che un luogo di ritrovo dei mercanti greci, in seguito consacrato alla divinità. A Servio Tullio, alla metà del VI secolo a.C., si deve la sistemazione del portus Tiberinus, accanto al quale vennero come già detto costruiti i santuari di Fortuna, e di Portunus. Lo stesso Servio Tullio recinse questa parte di Roma con la sua cinta muraria serviana, lasciandone fuori solo la zona del porto. Gli scavi della Area Sacra di S. Omobono, hanno rivelato che la zona compresa tra il Campidoglio e l'Aventino era già frequentata in epoca protostorica arcaica, e qui si era formata un'area di scambi commerciali, le imbarcazioni risalivano il fiume e sostavano nel porto Tiberino, che era come già detto, tra l'attuale Anagrafe e il Tempio di Portunus, tra il foro Olitorio e il foro Boario, Portunus era il dio dei porti e il nume tutelare delle porte e degli ingressi, il tempio a lui dedicato è nell'area del Foro Boario, sul lato meridionale del bacino fluviale. Il tempio di Portunus era subito dopo la porta Flumentana che faceva parte delle mura repubblicane ed era separato dal porto dal vicus Lucceius, una strada che portava all'antico ponte Emilio, oggi, ponte Rotto, che fungeva da collegamento tra la città e la sponda etrusca, anche il tempio di Portunus venne danneggiato dalle inondazioni del Tevere che devastarono anche la zona portuale tra il III e il II secolo a.C. Quando la zona non ebbe più la sua funzione originaria, anche il tempio subì delle trasformazioni, e venne adattato in chiesa dedicata alla Madonna con il nome di Santa Maria De Gradellis, forse per una scalinata che scendeva al fiume, e poi in chiesa di S. Maria Egiziaca. Durante i lavori per la costruzione del palazzo dell'Anagrafe, tra il 1936 e il 1937 di fronte alla punta meridionale dell'Isola Tiberina, furono ritrovati numerosi horrea, magazzini costruiti in laterizio e travertino, gli horrea, i magazzini, furono costruiti da Traiano che reimpiegò l'area dove precedentemente c'era l'antico porto fluviale Tiberino. In età medioevale la riva destra del Tevere, nel tratto che va dall'attuale porta Portese fino al ponte Rotto, era conosciuta come riva romea, cioè dei pellegrini, che sceglievano la via fluviale per raggiungere la città, soprattutto negli anni giubilari. I pellegrini, infatti, dal porto di Fiumicino risalivano il fiume su imbarcazioni trainate a mano o tirate dai bufali e, dopo un viaggio di due giorni, sbarcavano nel grande porto a sud della città. Nel 1842 questo antichissimo sistema di trasporto fu sostituito dai primi rimorchiatori. In età imperiale gli interventi più importanti in questa zona di Roma furono costituiti dallo smantellamento del porto fluviale in favore del porto di Ostia. La costruzione dell’emporio di Marmorata e soprattutto i grandi rifacimenti del porto ostiense ad opera di Claudio e Traiano svuotarono di ogni importanza commerciale la zona del foro Boario e del foro Olitorio. Il Foro Boario ed il Circo Massimo furono inseriti da Augusto nella XI regio, mentre il foro Olitorio rimase nella IX regio e l’area dei templi di Fortuna e Mater Matuta, la Dea del mattino e dell'aurora tempio della dea che era nell'area di Sant'Omobono, fu fatta rientrare nell’VIII regio. Porto dell'Emporio, Roma, scomparso, era sotto il colle Aventino, nella zona del lungotevere Testaccio e accanto al nuovo ponte Sublicio, fu fatto edificare da Marco Emilio Lepido e Lucio Emilio Paolo nel 193 a.C., per l'insufficienza del porto Tiberino, e per soddisfare le nuove esigenze dovute all'espansione e allo sviluppo della città di Roma. Il porto fluviale dell'Emporium aveva una semplice copertura in legno, lastricato in pietra e dotato di un grande magazzino, chiamato Porticus Aemilia, utilizzato per contenere le derrate alimentari. I resti di questo porto, detto dell' Emporio, sono visibili sul lato sinistro del nuovo Ponte Sublicio venendo da piazza dell'Emporio, a rione Testaccio. Reperti archeologici vennero rinvenuti tra il 1868 e il 1870, in occasione della edificazione degli argini del Tevere, e dei muraglioni, interrati, vennero di nuovo riportati alla luce nel 1952 e poi dal 1974 e a tutt'oggi proseguono i lavori di scavo. I resti dell'Emporium si possono vedere, affacciandosi da ponte Sublicio, da qui si vede un edificio con file di ambienti, ed una banchina lunga circa 500 metri, e profonda 90 metri. Era un molo piuttosto esteso, con pavimento a grandi lastre in travertino, utilizzato probabilmente come piazzale per lo scarico e lo smistamento delle merci. Tutto il complesso è addossato ad un muraglione più antico che delimitava verso il fiume un'altra serie di magazzini coperti a volta chiamati horrea, che davano verso Testaccio, che era all'epoca la zona commerciale di Roma. L'attività dell'Emporio rimase in funzione fino alla creazione dei grandi porti di Cladio e Traiano di Ostia, e divenne solo un semplice deposito di materiali, specie di marmi, da cui il nome della via Marmorata. Fotografie Porti Fluviali di Roma sul Tevere (scomparsi) Porti fluviali di Roma (scomparsi), Roma, foto Anna Zelli Vedi Argomenti : per Tevere e Roma Porti Fluviali di Roma (scomparsi)
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